Con Navarro-Valls a Sant’Agostino alla ricerca del segreto della santità. Inaugurata la mostra su Giovanni Paolo II

Non è stato un ritratto personale di Giovanni Paolo II quello che Joaquín Navarro-Valls ha tratteggiato sabato mattina nella chiesa di Sant’Agostino all’inaugurazione della mostra allestita dal gruppo Giovani-adulti della parrocchia di San Francesco d’Assisi (foto di Simone Artesino). D’altro canto l’ex direttore della sala stampa vaticana ha detto fin da subito di non amare le biografie perché troppo spesso gli autori si sono preoccupati di riempire le pagine con quello che il santo ha fatto tralasciando, il più delle volte, il motivo che lo spingeva. Una ragione, questa, che a molti potrà essere sembrata di scarso valore documentale, ma che in realtà rivela una lucidità e una chiarezza di giudizio rare.
Il vivere così a lungo accanto ad un santo (anche se in realtà nella sua vita di santi ne ha conosciuti ben quattro: Escrivá, Madre Teresa, Álvaro del Portillo e Giovanni Paolo II) non può esaurirsi nella registrazione di ciò che accade, ma del perché accade. Il santo è colui che non perde mai, in nessun istante, quel nesso essenziale fra l’azione e l’incontro con Cristo, che vive ogni gesto ed ogni avvenimento attraverso e grazie questo incontro in cui tale nesso non è mai un richiamo spirituale, ma l’unica ragione di vita. È in un simile contesto che le vie maestre insegnate e praticate dalla Chiesa e da tutti i santi si rivelano a noi in tutta la loro bontà.
Lavoro, preghiera e allegria divengono perciò non tanto consigli, ma pratica quotidiana in una vita nella quale il tempo dell’impegno è visto come un dono al quale dedicarsi completamente senza frenesia o isterismi. Esso è il luogo al quale l’uomo è chiamato e al quale può dare tutto il tempo necessario senza timore di evasioni o di trascuratezza. Chi lavora così non soffre certo di alienazione e neppure ha bisogno di staccare la spina per respirare, perché l’ossigeno lo ritrova proprio nel dedicarsi completamente al compito al quale è stato chiamato. In una simile condizione la preghiera non sarà allora l’intervallo fra un’occupazione e l’altra, ma la più profonda delle necessità, il momento in cui diviene evidente la propria appartenenza a colui che ci fa. Se tutto questo è vero non si può che essere felici, anzi allegri.
L’allegria, non intesa come stato d’animo o naturale inclinazione caratteriale, è la prova che la propria vita è tutta dominata dalla presenza di un altro che anche le circostanze più tragiche non sono in grado di scalfire, perché tutto diviene l’ambito in cui poter vivere quella provocazione iniziale che ci ha fatto innamorare di Cristo. Solo così è possibile vivere non di ricordi o di emozioni, ma nel presente, dicendo sì a una presenza senza limite.

Marco Antonellini

 

 

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